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E' morto il mito della velocità svizzero Roland Collombin

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Collombin R.
Foto: KEYSTONE / SWISS-SKI
Collombin R.
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Si è spento ieri a 75 anni Roland Collombin, simbolo della velocità degli anni '70, dove i principali protagonisti erano i campioni austriaci, svizzeri e italiani.

Vallesano di Versegères classe 1951, ha vinto 8 volte in Coppa del Mondo, tutte in discesa, trionfando due volte a Kitzbuehel, tre sulla Kandahar di Garmisch, ma anche sul Lauberhorn di Wengen.
Roland vinse anche due coppe di discesa, e pochi giorni prima di compiere 21 anni vinse l'argento in discesa ai Giochi olimpici di Sapporo 1972, praticamente tutto nell'arco di tre stagioni.

Diede il suo nome a uno storico passaggio della 'Oreiller-Killy' della Val d'Isere, dove si fece male due volte: nel dicembre 1974 riportò una grave infortunio alla schiena che lo costrinse a saltare tutta la stagione, e poi 12 mesi dopo tornò sulla stessa pista, e nel corso delle prove cadde nello stesso punto dell'anno precedente, fratturandosi due vertebre.
Quel passaggio porta oggi il suo nome: la Bosse à Collombin.

Oggi Swiss-Ski ha pubblicato un bel omaggio a Collombin: "Due anni fa Roland Collombin aveva intrapreso la battaglia più difficile della sua vita. Grazie al suo carattere forte e alla sua straordinaria forza di volontà, il vallesano aveva inizialmente sconfitto un tumore alla laringe, prima di ammalarsi in seguito di cancro al fegato.

Bernhard Russi e Roland Collombin erano i migliori sciatori svizzeri dei primi anni Settanta. Il primo era il beniamino della nazione, il genero ideale. L’altro era Collombin: lo scapestrato, il pigro, il viveur vallesano che si scatenava dentro e fuori dalle piste e non si curava minimamente della propria immagine. Vinse otto gare di Coppa del Mondo e per due volte la classifica di discesa libera.

Collombin era un folle, quasi sempre nel senso positivo del termine, imprevedibile a qualsiasi ora del giorno, burlone ed enfant terrible allo stesso tempo. Forniva regolarmente materiale alla stampa scandalistica e non si infastidiva quando veniva definito il John McEnroe dello sci o quando si scriveva che nelle sue vene scorresse Fendant, il celebre vino bianco vallesano.

L’uomo della Val de Bagnes, figlio di un’italiana e di un vallesano, fu il più selvaggio tra gli sciatori di successo che la Svizzera abbia mai prodotto. E non lo nascondeva. Diceva apertamente di essere un fervente sostenitore della vita comoda e che sarebbe sempre rimasto un fannullone. Lavorare il meno possibile e ottenere il massimo: questo era il suo motto.

Ai Giochi olimpici del 1972 a Sapporo, dove conquistò a sorpresa l’argento alle spalle di Russi prima ancora di ottenere il suo primo podio in Coppa del Mondo, la polizia lo mise temporaneamente in prigione dopo una notte di bagordi con il giocatore di hockey Jacques Pousaz. I due atleti avevano combinato parecchi guai e il suo compagno era rimasto coinvolto anche in una colluttazione.

A volte Collombin dava l’impressione che gareggiare fosse per lui una sola, grande avventura. Ma era un’impressione ingannevole, anche perché il vallesano amava giocare e bluffare con la propria immagine di fannullone. In seguito raccontò di essere sempre stato consapevole del fatto che, per avere successo, fosse necessario allenarsi. E di aver sempre saputo quando doveva impegnarsi seriamente. Russi, suo rivale e amico, era convinto che, lontano da occhi indiscreti, Collombin lavorasse duramente quanto tutti gli altri.

Il fatto che la carriera sportiva di questo atleta talentuoso, impavido e spensierato si sia fermata a otto vittorie in Coppa del Mondo, due Coppe di cristallo nella discesa libera e alle medaglie d’argento olimpica e mondiale di Sapporo fu dovuto a problemi di salute. La carriera di Collombin si concentrò in appena tre anni e tutti i suoi successi arrivarono nell’arco di poco più di due anni.

Alla fine del 1974, una lesione alla colonna vertebrale provocata da una caduta a Val d’Isère lo costrinse a fermarsi per un anno. Un anno più tardi cadde nuovamente esattamente nello stesso punto, questa volta in modo così grave da fratturarsi due vertebre, rimanere paralizzato per due giorni ed essere costretto a concludere la carriera a soli 24 anni. Da allora, il salto sulla pista Oreiller-Killy è chiamato "Bosse à Collombin", la "gobba di Collombin".

Collombin considerava i successi più importanti della propria carriera la vittoria di Wengen del 1974, la prima di uno svizzero dopo vent’anni, e soprattutto i due trionfi di Kitzbuehel del 1973 e del 1974. La medaglia d’argento di Sapporo, invece, la considerava un oro perduto, benché fosse arrivato in Giappone senza alcuna aspettativa e con un settimo posto come miglior risultato. Dopo aver ottenuto tempi sorprendentemente veloci negli allenamenti, raccontò Collombin, era stato preso dal panico.

Dopo la precoce conclusione della carriera, Collombin rimase fedele a sé stesso. Prima si concesse una lunga pausa, poi realizzò altri sogni. Per un’estate lavorò su un alpeggio e in seguito svolse diverse attività: ristoratore, viticoltore, oste e commerciante di bevande e vini. Gestì inoltre il Raclette Bar Le Streif a Martigny.

Durante il periodo in cui lavorava come oste nel suo paese natale, Versegères, dove gli abitanti guardavano con una certa diffidenza quel bon vivant, conobbe la franco-canadese Sarah. I due si sposarono ed ebbero un figlio e una figlia.

Nel 1989 Collombin scampò alla morte in un incidente automobilistico frontale di cui non aveva alcuna responsabilità. Nel 2018 dichiarò di sentirsi meglio che mai e di stare vivendo gli anni migliori della propria vita. Era libero dalle preoccupazioni lavorative e quasi ogni giorno faceva escursioni in montagna con la moglie. Naturalmente non mancò di ricordare anche le visite serali al Raclette Bar."


(sabato 11 luglio 2026)



@RIPRODUZIONE RISERVATA

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